Prima Pescara

Tito Livio e l’Abruzzo.

Tito Livio.

Lo storico romano che ci riporta con puntualità gli accadimenti che portarono Romtito livioa ad essere l’impero che fu.  E, per i nostri scopi, ci parla dei Vestini.

Ricordiamo infatti che, prima di Tito Livio, nulla si sapeva delle popolazioni italiche. Tanto che l’abate Romanelli ci evidenzia: “Se questi (i romani) non avessero portato le armi alle nostre regioni, gli storici romani non ne avrebbero affatto parlato, e noi oggi nulla sapremmo delle loro forze, e della loro costituzione. Vi fu bisogno adunque di porgere il piede alle catene per dare un nome alla storia”.

Ma torniamo al nostro autore. La redazione dei libri iniziò nel 27 a.C. con la raccolta Ab Urbe condita che originariamente, si componeva di 142 libri, partendo dalla storia conosciuta dal 753 a.C. fino alla morte di Druso nel 9 a.C..

Nel libro VIII descrive le guerre Sannitiche. In questo articolo ci ispiriamo ad una stupenda edizione degli Oscar Mondadori del 1994 a cura di Carlo Vitali, che ne opera una pregevole traduzione.

Come sappiamo, i Vestini avevano un’origine comune con le popolazioni di ceppo Osco Umbro che, ad opera del Ver Sacrum, fondavano nuove città dedicando la stirpe all’adorazione di un dio. In particolare i Vestini furono dediti alla dea Vesta, del focolare. Ricordiamo anche che in altri testi, le popolazioni abitanti dei territori dagli appennini al mare, vengono descritte come popolazioni dedite alla caccia e che andavano in battaglia coperte da pelli di orso. Erano abili nell’uso di lance e fionde.

Siamo in quel preciso momento storico nel quale i romani avevano già iniziato le guerre sannitiche con battaglie sanguinose. All’orizzonte si prospettavano nuove alleanze che avrebbero rinforzato il fronte opposto alle legioni romane. I Vestini, fino ad allora neutrali …

In quello stesso anno, quando sarebbero bastate a tenere in allarme i Senatori la guerra sannitica, la nuova secessione dei Lucani ei Tarentini che l’avevano fomentata, si aggiunse anche l’alleanza del popolo de’ Vestini con i Sanniti. Essa però, se fu in quell’anno oggetto più di discorsi privati che non discussioni in pubbliche adunanze, parve invece la questione più urgente e più importante da proporre al senato ai due consoli dell’anno seguente, Lucio Furio Camillo, per la seconda volta e Giunio Bruto Sceva. Non si trattava certo di una novità inaspettata, tuttavia diede tanto da pensare ai senatori da lasciarli dubbiosi se fosse meglio affrontarla o trascurarla: bisognava impedire che le popolazioni confinanti con i Vestini o dall’impunità di queste rese arroganti e prepotenti, o dal castigo inflitto ad essi con la guerra rese timorose di un pericolo vicino, fossero attratte a farsi loro alleati. Ed erano popoli Marsi, Peligni, Marrucini – molto simili ai Sanniti in guerra, tutti da considerarsi nemici se si facesse tanto di toccare i Vestini.

Bisogna quindi scongiurare che i Peligni, i Marsi ed i Marrucini si alleino ai Vestini e portino risorse alla guerra con i Sanniti

L’ebbe vinta tuttavia quella parte che, in quel momento, poteva sembrare più ardimentosa che saggia: i fatti dimostrarono che la fortuna aiuta i forti. Il popolo su proposta del senato, dichiarò guerra ai Vestini.

Inizia dunque la guerra ai Vestini. Popolazioni orgogliose e combattive ma che difettavano sicuramente di una tattica vincente

Questo settore toccò in sorte a Bruto; Camillo ebbe il Sannio. Gli eserciti furono condotti nelle due regioni e i nemici, preoccupati di difendere i propri territori, furono nella impossibilità di congiungere le forze. Ma una grave malattia da cui fu colpito l’altro console Lucio Furio tolse a lui, che pure era impegnato nella parte più importante, di condurre avanti la guerra; ricevuto perciò l’ordine di nominare un dittatore  che se ne assumesse l’incarico, proclamò dittatore colui che in quel momento era senza discussione il miglior condottiero, Lucio Papiro Cursore  … L’altro console condusse la guerra nel territorio de Vestini in vario modo, ma con costante buon esito. Portò la devastazione nelle campagne e con sistematiche azioni di saccheggio e incendio di edifici e culture dei nemici, li trasse, quantunque riluttanti, in campo aperto; e con una sola battaglia, che però costò molto sangue anche ai suoi soldati, prostrò le forze dei Vestini in modo che essi non cercarono rifugio negli accampamenti, ma non fidandosi di terrapieni né di fossati, si dispersero nelle varie città per difendersi  in vantaggiose posizioni e dietro le mura. Da ultimo si accinse ad espugnare di viva forza le città stesse, prima di tutte Cutina che prese di scalata, spiegandovi i soldati grande impegno, rabbiosi com’erano per le ferite ricevute in combattimento nel quale quasi nessuno era stato risparmiato; poi, Cingilia. La preda di entrambe le città fu data ai soldari che non si erano lasciati trattenere né dalle porte né dalle mura nemiche.

E da quel momento tutto cambiò. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

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