Prima Pescara

Francesco G. Conti. d’Annunzio politico. (III)

fg1)Anni 1921 - 1924: dalla conclusione dell’impresa di Fiume al delitto Matteotti (24 Giugno 1924).

Il Natale di sangue lasciò in D’Annunzio una profonda stanchezza ed una profonda delusione e per converso un vivo desiderio di “ riprendere da artista il colloquio con i fantasmi degli eroi delle sue imprese, recenti e passate”.

A questo stato d’animo si sommavano, peraltro, lo sdegno, il disprezzo ed il rancore, oltre che verso Giolitti: “l’uomo del cannone navale”, verso tutti coloro che avevano “tradito” con la loro passività, se non con la loro doppiezza, la causa di Fiume, primo fra tutti Mussolini; sicché si

comprende bene, perché D’Annunzio, pur supplicato da De Ambris, Foscanelli e dagli altri legionari più politicizzati ed intransigenti a non disertare la politica attiva e soprattutto a scendere in campo decisamente contro Mussolini ed il fascismo, tendesse ad appartarsi, a prendere tempo, a non impegnarsi troppo ed a cercare soltanto di tenere unito attorno a sé il grosso dei suoi ex legionari, in modo da evitare soprattutto che la loro smania di azione e la loro avversione a Giolitti li portassero nelle file fasciste.

Da qui il suo appoggio alla Federazione Nazionale Legionari Fiumani, fondata sin dal Gennaio 1921 da De Ambris e Foscanelli; nonché, il suo insistere sulla validità della prospettiva di rinnovamento politico-sociale, offerta dalla Carta del Carnaro ed i suoi ripetuti inviti all’unità ed all’autonomia della Federazione.

Al di là di questo tipo di interventi politici per oltre un anno - grosso modo fino al marzo 1922 - D’Annunzio non volle assolutamente andare.

Da qui l’irresistibile sua tendenza a tornare ad essere il Poeta  - ed, infatti, pubblica “Il Notturno” - piuttosto che continuare a fare il Comandante..

Caddero così nel vuoto non solo le pressioni di De Ambris e dei dirigenti della Federazione Legionaria, ma anche i progetti di De Ambris e di A. Olivetti di dotare almeno la prospettiva dannunziana di una voce autorevole e costante, cioè di un proprio giornale ufficiale.

Nonostante questo atteggiamento, il prestigio personale di D’Annunzio, uscito apparentemente tanto scosso dall’impresa di Fiume, andò nel corso del 1921 costantemente aumentando.

Tanto, perché la situazione politica italiana si era ormai così fortemente deteriorata, da apparire  senza concrete possibilità di uscita; sicché da più parti, anche diversissime, si prese a guardare a D’Annunzio come all’unica realtà politica esistente.

E a lui incominciarono a guardare, in particolare, sia pure cautamente, anche alcuni uomini della sinistra.

Tipico è il caso di A. Gramsci e del suo tentativo, nell’Aprile del 1921, di prendere contatto con lui.

Peraltro,il rifiuto di ricevere Antonio Gramsci fu, più che una questione di forma, una questione di sostanza: D’Annunzio, infatti, non aveva alcuna intenzione di schierarsi con i comunisti, che considerava portatori di un’enorme errore politico e storico.

Il Poeta, però, preferì lasciare cadere tutte le sollecitazioni rivoltegli.

Tant’è che, nonostante le forti pressioni esercitate su di lui da G. Giuriati, D’Annunzio non uscì dal suo riserbo e dalla sua passività neppure in seguito agli avvenimenti fiumani dei primi di Marzo del 1922 (3 Marzo: colpo di stato fascista a Fiume).

In ogni caso, D’Annunzio non ritenne opportuno seguire De Ambris e la Federazione legionaria nei loro propositi di un’azione nettamente anti-fascista.

Tanto; non solo per il suo desiderio di non partitare e di essere al di sopra delle parti, ma anche per la sua ferma convinzione: “la sua profezia”, che Mussolini fosse solo un fuoco di paglia, un fenomeno passeggero e che i fascisti, una volta resisi conto di ciò, avrebbero finito senz’altro per abbandonarlo e per passare a lui, al Comandante cioè; sicché per lui si trattava, in definitiva, soltanto di attendere il momento della resa dei conti; senza compiere atti, che avrebbero potuto alienargli le simpatie della base fascista.

Mussolini si rese chiaramente conto del pericolo, che per la sua politica costituivano le molte simpatie, che il Poeta godeva in larghi settori dello squadrismo.

Inoltre, Egli teneva nel giusto conto, che molti fascisti e simpatizzanti fascisti non avevano approvato il suo atteggiamento nel Dicembre del 1920 nei confronti di D’Annunzio ed, altresì, che essi istintivamente non approvavano il suo tatticismo verso Giolitti.

In questo contesto vanno viste varie iniziative; fra le quali, in particolare, il tentativo di far incontrare Mussolini e D’Annunzio per la terza volta il 5 Aprile del 1921 a Gardone Riviera.

L’incontro ebbe solo un momentaneo parziale successo psicologico; laddove, viceversa, non riuscì ad acquisire ai Blocchi Nazionali né D’Annunzio; né altri suoi ex legionari.

Cosicché D’Annunzio evitò la trappola di candidarsi a Zara, laddove impose a De Ambris di candidarsi a Parma.

Anche se entrambi evitarono lo scoglio delle elezioni del Maggio 1921, lo scontro decisivo fra D’Annunzio e Mussolini ebbe luogo subito dopo e cioè dal Giugno 1921 al Marzo del 1922 ed allora la vittoria fu tutta di Mussolini.

La scintilla, che lo determinò fu il patto di pacificazione e la crisi drammatica, nella quale precipitò il fascismo per vari mesi subito dopo la vittoria elettorale del Maggio del ’21; crisi, che mise a repentaglio e la sua unità, e, forse, la sua esistenza stessa e la leadership mussoliniana su di esso.

Come D’Annunzio aveva previsto, molti si rivolsero a Lui e per tutti loro il Ns. sarebbe potuto essere l’alternativa a Mussolini.

Tra di loro D. Grandi ed I. Balbo e più avanti un altro gruppo di fascisti - di cui siamo poco informati - prima del Congresso Fascista convocato per il Novembre 1921 a  Roma ed, infine, da Marsich nel Marzo del 1922, quando quest’ultimo ruppe clamorosamente con Mussolini e lanciò ai fascisti la parola d’ordine di passare a D’Annunzio.

In quei mesi più d’uno degli intimi del Vate pensò che la profezia del Comandante fosse sul punto di realizzarsi e sollecitò, quindi, D’Annunzio a dare ascolto a coloro, che cercavano di collegarsi con lui e ad agire.

Ma, contrariamente a tutte le attese, neppure adesso il Comandante si mosse; lasciandosi, forse, sfuggire il momento opportuno per un clamoroso ritorno alla politica attiva.

Perché?

Probabilmente, perché - da poeta e non da Comandante - era convinto, che gli altri dovessero venire a lui in massa, come dei fedeli finalmente illuminati.

E così, attendendo, lasciò a Mussolini il tempo di riprendere saldamente in mano il fascismo e lasciò che le speranze di coloro, che avevano guardato a lui ancora una volta come al Comandante

si tramutassero in cocente delusione e l’alternativa tra il Poeta ed il Duce si esaurisse a tutto vantaggio del secondo.

Ma, verso la fine di Marzo del 1922, D’Annunzio, resosi conto dello scacco subito ed appena sfumate le ultime possibilità di un rovesciamento della leadership mussoliniana sul fascismo, decise di rompere il suo lungo silenzio ed iniziò un periodo di febbrili contatti politici; che, interrotti per di più di un mese dalla famosa caduta dell’Arcangelo del 13 Agosto 1922, si protrassero sino alla marcia su Roma.

A tal fine, Egli ritenne dover riprendere un’azione di rinnovamento sociale, basandosi sulla Carta del Carnaro - che, viceversa, era stata respinta da Mussolini al congresso dell’Augusteo -.

Occorreva, cioè, che a detta azione partecipasse il mondo del lavoro e che essa assumesse un chiaro significato sociale.

Da qui il suo appoggio ai progetti di una costituente sindacale, nonché la sua protezione accordata alla Federazione Italiana dei Lavoratori del Mare e al suo responsabile Giulietti; primo concreto

tentativo di contrastare il tentativo di smantellare da parte dei fascisti le tradizionali organizzazioni dei lavoratori.

Da qui i contatti segreti triangolari con Nitti e Mussolini, ripresi dopo la guarigione, in un primo tempo anche per una grande manifestazione patriottica, da tenersi a Roma in occasione del quarto anniversario della Vittoria, nella quale il Ns. avrebbe dovuto pronunciare il discorso ufficiale.

Nelle intenzioni di D’Annunzio l’aspetto sociale della sua operazione avrebbe dovuto saldarsi con l’aspetto patriottico nazionale, in maniera da dare anche alla destra ed agli ambienti nazionalisti una concreta soddisfazione, che li inducesse a superare la loro probabile ostilità ed accettare la sua azione pacificatrice.

Nelle intenzioni di D’Annunzio, infatti, l’operazione interna avrebbe dovuto avere come complemento una parallela azione esterna, un colpo di mano legionario cioé, che realizzasse l’annessione di Fiume ed allargasse la testa di ponte di Zara ed una serie di altre località della Dalmazia.

Orbene, mentre lo stato maggiore del fascismo si stava occupando della marcia su Roma, Mussolini decise di riallacciare i rapporti con D’Annunzio sulla Federazione italiana dei Lavoratori del Mari  e trovare con lui un modus vivendi, che lo neutralizzasse.

Venne, quindi, sottoscritto un accordo (13 Febbraio 1924) fra la predetta Federazione ed il Partito Nazionale Fascista, con il quale le due organizzazioni stabilivano un accordo di reciproca consultazione e collaborazione ed il Partito Nazionale Fascista si impegnava a sciogliere entro trenta giorni la propria corporazione ed a farne rientrare gli iscritti nella Federazione Italiana dei Lavoratori del Mare.

L’11 Ottobre del 1922 vi fu, poi, l’incontro (il quarto) fra D’Annunzio e Mussolini a Gardone Riviera;  del quale non ci sono resoconti.

E’, però, probabile che non vi fu alcun accordo politico e che Mussolini ricavò l’impressione, che D’Annunzio (che non aveva informato Mussolini dei suoi progetti fiumani e dalmatici) non si sarebbe mosso e che non si sarebbe impegnato contro di lui, soprattutto se l’azione fascista per conquistare il potere fosse stata così rapida, da coglierlo di sorpresa e se per contrastarlo avesse dovuto allearsi con Giolitti.

E ciò, in particolare, dopo il successo, riportato da D’annunzio sulla questione Giulietti.

Ed, infatti, D’Annunzio non fece nulla per tentare di opporsi alla marcia su Roma.

Come è stato possibile?

Oltre all’indubbia abilità politica di Mussolini, la spiegazione della passività del Poeta può senz’altro essere ricercata nella noia, nel disgusto, suscitati in lui dalle manovre attorno alla sua persona da individui e da gruppi, che volevano solo strumentalizzarlo e servirsene per i loro fini di parte.

Noia e disgusto, che D’Annunzio non faceva nulla per superare, perché era convinto che - almeno per il momento - Mussolini non fosse in grado di forzare veramente la situazione politica e che si limitasse soltanto a manovrare per ottenere nuove elezioni politiche.

D’Annunzio era, altresì, convinto non solo di essere in grado, comunque, di poter senz’altro rovesciare la situazione politica, non appena lo avesse voluto; ma anche che la riuscita del suo duplice colpo di mano a Fiume e in Dalmazia avrebbe sicuramente messo Mussolini fuori gioco.

In questo senso si pongono tre documenti di D’Annunzio: uno di Settembre e gli altri due del 29 Ottobre del 1922.

L’andata al potere di Mussolini fu, comunque, per D’Annunzio un colpo terribile, un trauma; di certo, non attenuato dalla formale deferenza, con la quale il Duce si comportò con lui in quei giorni.

Nonostante il colpo subito, reso ancora più duro dalle misure immediatamente prese da Mussolini per impedire qualsiasi piano dannunziano a Fiume ed in Dalmazia, D’Annunzio si illuse, tuttavia, ancora per qualche tempo, che il successo fascista non fosse definitivo e credette - o meglio volle illudersi -  di poter risalire ancora la china.

Da qui il suo ordine ai suoi ex legionari di continuare a far parte a sé ed il suo impegnarsi a fondo sul piano sindacale, sperando che questa fosse la via per influire sul fascismo e per trasformarne dall’interno il carattere.

All’origine di questa speranza vi erano, da un lato, la consapevolezza che Mussolini non poteva permettersi una rottura clamorosa con lui ed avrebbe, perciò, fatto di tutto per evitarla; e, dall’altro, l’illusione che il proprio prestigio personale potesse imporsi ad ambienti molto larghi, sia fascisti che non, e che, di conseguenza, ciò gli desse un’autonomia ed una capacità di azione politica, tali da costringere il Duce ad accettare la dannunzazzione del fascismo.

Cosicché, basandosi su tali convinzioni, D’Annunzio sperò per alcune settimane di mutare le sorti della partita.

Ma così non fu.

La progettata unificazione sindacale fu subito respinta dall’intransigenza fascista e l’atteggiamento del Governo verso la Federazione Italiana dei Lavoratori del Mare divenne subito cauto.

E dal Viminale gli ex legionari vennero definiti anarchici e sovversivi.

A rigore, si potrebbe dire che il fallimento dei progetti di unità sindacale segnò la fine dell’attività politica vera e propria di D’Annunzio.

In realtà, sulle prime D’Annunzio sembrò cullare l’idea di una lotta a fondo (v. lettera dell’11 Dicembre 1922 al Gen. Giampietro); poi, i progetti di lotta del Poeta, però, caddero.

E, d’altra parte, il risultato delle elezioni politiche del 6 Aprile del 1924 aveva ormai determinato una situazione, nella quale pensare ad una lotta aperta con Mussolini era impossibile per D’Annunzio.

E ciò; tanto più, che, a parte la questione del patto marino, i rapporti fra i due uomini avevano frattanto raggiunto una sistemazione; che, alla fin fine, non doveva dispiacere a D’Annunzio  ed era chiaro che Mussolini tendeva ad evitare gli attriti ed, a questo scopo, era disposto - pur diffidando ancora di lui - a secondare molti desideri del Poeta e a non chiedergli più di quanto sapeva questi gli avrebbe concesso.

A questo punto, D’Annunzio cercò di salvare la faccia e di mascherare la propria ritirata e di porsi rispetto al Duce nella posizione di chi aveva ricevuto un torto e ne aspettava una qualche riparazione.

In questo lasso di tempo, la vita politica italiana fu messa a soqquadro dall’assassinio di Giacomo

Matteotti ed i fascismo si dibatté in una crisi gravissima.

D’Annunzio non solo lasciò cadere nel nulla i molti passi compiuti presso di Lui dalle opposizioni, ma non tentò neppure di intervenire presso Mussolini per costringerlo a modificare il suo atteggiamento verso la Federazione Italiana Lavoratori del Mare.

Nel 1924 D’Annunzio rinunciò a qualsiasi velleità politica e non aveva alcuna stima e simpatia per le opposizioni.

In realtà, egli sin dalla fine del 1922 aveva posto sostanzialmente fine all’attività politica vera e propria e dalla prima metà del 1924 aveva persino rinunciato al più limitato obiettivo di difendere la Federazione Italiana Lavoratori del Mare.

Nonostante ciò, vuoi in Italia, vuoi all’Estero, fascisti e non e persino alcuni antifascisti continuarono a considerarlo non solo come un antifascista - il che psicologicamente poteva essere anche vero -, ma soprattutto come un avversario politico potenziale di Mussolini - il che, invece, è da escludere, anche se tra coloro che lo guardavano con sospetto e persino con un certo timore vi fu per anni lo stesso Mussolini.

Tale diffusa convinzione spiega, peraltro, quella, del pari diffusa, che il sostegno di D’Annunzio alla politica fascista, grosso modo intorno alla guerra d’Africa (1935/1936), fosse la conseguenza non già di un spontanea e convinta adesione;  ma, viceversa, di una massiccia opera di corruzione materiale messa in atto presso di lui proprio da Mussolini e di una sottile azione di vellicazione della sua ambizione personale.

Orbene, è indubbio che da parte mussoliniana vi fu il proposito, attuato in forme molteplici, di corrompere materialmente e moralmente D’Annunzio e che da questa opera di corruzione il Ns., sviluppando un notevole senso affaristico, ricavasse benefici morali e materiali assai notevoli.

E ciò maggiormente nel periodo, nel quale era considerato o sospettato un oppositore del fascismo; laddove nelle sue comunicazioni minacciava spesso di andare in esilio nell’adorata Francia (minacce più vezzi o capricci da grande star sul viale del tramonto, più che propositi reali e concreti).

La vicenda dei suoi manoscritti e quella dell’Opera omnia, la donazione al Vittoriale, il titolo di  Principe di Montenevoso (anche se da Lui non sollecitato), lo dimostrano.

D’altro canto, una ricevuta-estratto conto, scritta di pugno da Mussolini e sottoscritta dal Capitano Manzutto, suo aiutante di volo e fido, in data 31 Ottobre 1927, permette anche una valutazione abbastanza precisa della consistenza dei benefici materiali ricevuti.

Ma quale fu l’atteggiamento del Ns. di fronte a questa azione di corruzione?

L’accettò scientemente o no?

Ebbene, sia il Gatti che il Valeri hanno sostanzialmente negato, che D’Annunzio si sia fatto corrompere.

Secondo il Gatti è indiscutibile, che Mussolini andò incontro ai bisogni di D’Annunzio, ma quest’ultimo riteneva, che, qualunque larghezza gli si usasse, si fosse sempre lontani da quanto l’Italia gli doveva.

Il Valeri é stato ancora più drastico.

“Tutte queste manovre - Egli ha scritto - possono sembrare un tentativo di corruzione del Poeta perplesso. Ma non lo sono. Quando si consideri il superomismo di fondo in lui, ondeggiante tra il bisogno di denaro ed il disprezzo verso chi glielo forniva”.

Nonostante tutto, il Ns. non mutò affatto il suo giudizio verso il fascismo e, d’altra parte, una questione morale di questo genere non esiste.

Il 24 Giugno 1924 Giacomo Matteotti fu assassinato per mano fascista.

In tale situazione una frase del Poeta, riportata dai giornali dell’opposizione: “Sono molto triste di questa fetida ruina” fu generalmente interpretata, anche da Mussolini, in senso sfavorevole al fascismo, cioè come una forma di sfiducia al fascismo, come una forma di opposizione a Mussolini, come la possibilità di un eventuale ritorno da parte di D’Annunzio alla politica attiva contro il fascismo e lo stesso Mussolini.

Ma così non era.

E, difatti, G. Rizzo, il Commissario di Polizia posto accanto al Ns. da Mussolini ufficialmente per proteggerlo, ma, in realtà, per sorvegliarlo, così il 5 Agosto 1924 telegrafava a Mussolini: "Atteggiamento indeciso del Poeta, il quale non é stato mai fascista, fa pensare che Egli segua avvenimenti per vedere se bilancia si sposti dall'altra parte".

E Mussolini così a Rizzo: "...Trovi modo di esprimere al Comandante mio rammarico...sono impegnato dura battaglia e credevo che Comandante sarebbe rimasto estraneo".

Probabilmente vi era stato fra i due un tacito accordo, nel senso che essi si sarebbero diviso le rispettive sfere d'influenza: a D'Annunzio il compito di Vate della Patria, a Mussolini la guida del Paese.

Tant'é, che la lettera del 5 Settembre 1924 di Mussolini a D'Annunzio così significativamente si chiudeva:" Quando troverai due minuti di tempo, scrivimi, non di politica (corsivo di Mussolini)".

Proprio, mentre l'opposizione cerca di raccogliere tutte le sue forze in un estremo tentativo per rovesciare il Governo, D'Annunzio tace.

Ebbene sì, D'Annunzio tace.

Tra Settembre e Dicembre, sia l'opposizione aventiniana sia i combattenti fecero di tutto per premere su D'Annunzio, affinché si muovesse.

La coalizione dell'opposizione aveva avvicinato persino " i fascisti moderati e normalizzatori al fine di staccarlo da Mussolini e gettare le basi di una nuova maggioranza".

Questa coalizione non aveva, però, l'appoggio di L. Albertini e, quindi, del Corriere della Sera; i comunisti erano indecisi soprattutto sul tipo di azione da intraprendere  ed il Re continuava a ripetere, che l'unica sede dove agire fosse il Parlamento.

Ma la realtà era ed é che D'Annunzio era ormai stanco di tutto questo clamore.

Nel suo intimo Egli era sempre stato solo un uomo di lettere ed, all'occorrenza, un uomo d'arme per grandi e rapide imprese; mai un vero politico in grado di cogliere l'attimo fuggente o di sapere temporeggiare, quando necessario.

Inoltre, la sistemazione finanziaria per i manoscritti e per le pietre del Vittoriale fece cadere le sue ultime remore.

2) Anni 1925 – 1926.

Il giro di vite conseguente al discorso di Mussolini il 3 Gennaio 1925 portò alle disposizioni contro tutte le organizzazioni ed associazioni non allineate al fascismo.

Vi incorse pure il movimento dei legionari fiumani, che fu ridotto alla inattività ed al silenzio.

In particolare: Maggio 1925.

Incontro a Gardone Riviera fra Mussolini e D'Annunzio.

Non ci sono resoconti sui colloqui.

Mussolini offre a D'Annunzio il soggiorno a Villa Falconieri di Roma, residenza romana per ridare alla Città la sua fisionomia imperiale.

Ma D'Annunzio rifiuta.

Il Commissario Rizzo il 7 Luglio 1925 telegrafa che D'Annunzio era ormai passato dalla parte del vincitore e che mostrava ora la massima ostilità contro tutte le opposizioni e dice che esse meritano tutte di essere trattate con la massima intransigenza.

Dal 1925 questa condizione di D'Annunzio di adattamento al fascismo non mutò, anzi si consolidò, pur facendolo talora esplodere, quando Egli si sentiva dimenticato soprattutto dai vari gerarchi fascisti in occasione di ricorrenze sacre alla Patria.

Nonostante ciò, la persona di D'Annunzio era al centro di due gruppi: quello dei suoi fedelissimi e quello formato da numerosi fuorusciti.

Questi ultimi lo attaccavano ferocemente per la sua acquiescenza di fronte al nuovo assetto.

E anche se D'Annunzio non fu mai fascista, le apparenze erano contro di lui e l'opinione pubblica lo ritenne tale a partire dalla fine del 1925.

E, d'altra parte, Egli non fece nulla, pubblicamente, per smentire la sua posizione, ma anzi l'avvalorò nella pratica.

Nel 1926 sul Corriere degli Italiani di Parigi apparve un articolo, che così diceva: “ Sembrerà strano che l'animatore di questa rovina spirituale sia stato proprio un uomo intelligente: Gabriele D'Annunzio.

Chi ha fomentato al sommo grado questa gioventù malata ed infingarda, pallido residuo di uno sfacelo sociale ed economico, é stato proprio Lui.

Lui con le sue simbologie belliche, i suoi caschi d'aviatore, le sue pistole alla cintura, il suo linguaggio da mitico avventuriero.

Non parrà straordinario che in un Paese povero d'esperienza e di cultura come il nostro, questo magnifico tipo d'istrione abbia potuto esercitare tanto fascino e tanta volontà di emulazione.

Gli é che in certe cose é vano ricercare le cause in orizzonti sopra elevati.

Occorre restare nella bassa e barbara meschinità dell'egoismo umano.

E D'Annunzio, uomo, é una cosa spregevole.

Spregevole nei suoi affetti familiari; spregevole nei suoi amori; spregevole nei suoi costumi; spregevole nella sua ambizione, per cui ogni suo moto e gesto rivelano l'accanimento di un essere che nella vita ha voluto tutto provare e tutto osare, anche quando baratri di perversione si aprivano a quella voce.

La guerra e, quindi, il fascismo gli hanno rifatto una verginità.

Tanto all'una che all'altro Egli ha venduto se stesso, ottenendo in compenso il silenzio sui suoi debiti, le sue ritorsioni, i suoi ricatti; e poi oro, oro e oro, purché mettesse a servizio della delinquenza impunitaria i suoi ferramenti di guerriero e il suo istrionismo".

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