Prima Pescara

Francesco G. Conti – d’Annunzio politico (II)

fgD’Annunzio politico. Seconda parte. L’esperienza Fiumana: 12 Settembre 1010 – 31 Dicembre 1920. Nel periodo fiumano possono distinguersi tre periodi nella politica di D’Annunzio: a)Primo periodo: dall’occupazione di Fiume (12 Settembre 1919) al fallimento delle trattative per il modus vivendi e cioè sino all’ultima decade del Dicembre 1919. b)Secondo periodo: dall’ultima decade del Dicembre 1919 sino, grosso modo, al trattato di Rapallo  (12 Novembre 1920). c)Terzo periodo: dal trattato di Rapallo: 12 Novembre al 31 Dicembre 1920 (Natale di sangue) L’esperienza fiumana ha visto l’assommarsi di due gravissime crisi: quella determinata dalla prima Guerra mondiale e dalle sue conseguenze e quella determinatasi dall’irrompere del concetto di massa in tutti i campi: antropologico, politico, sociale, come appunto ha ben mostrato G. mosse nei suoi scritti e nei suoi insegnamenti all’Università di Madison, Stati Uniti. Detta situazione determinò senz’altro la possibilità dell’insorgenza di un moto rivoluzionario vuoi di destra; vuoi soprattutto di sinistra. Un moto rivoluzionario cioè che portato a Roma e, quindi, in Italia destabilizzasse e rovesciasse il vecchio assetto democratico liberale e ne fondasse uno nuovo, basato non più sulla Monarchia ma sulla Repubblica, e su nuovi contenuti sociali, che riguardassero la proprietà, la famiglia, la parità dei sessi, il suffragio universale esteso anche alle donne (cd. Repubblica sociale).. Nella nebulosa situazione del 1919 - 1920 ciò era senz’altro possibile. Anzi è stata l’unica occasione, in cui potesse verificarsi, in particolare, una rivoluzione di sinistra dal basso e ciò dall’Unità d’Italia del 1861 ai nostri tempi. E diversi tentativi rivoluzionari vuoi di destra; vuoi di sinistra furono effettuati; ma tutti senza successo; anzi senza alcuna possibilità di successo. Essi, però, prepararono la strada alla successiva marcia su Roma del fascismo ed alla presa del potere da parte di Mussolini. L’esperienza fiumana ha visto e consacrato la violenza come strumento destabilizzatore; come rottura appunto violenta degli assetti istituzionali tradizionali. In altri termini, essa aveva dimostrato, che era la piazza a decidere e non il potere legale, che una ribellione di pochi avrebbe potuto modificare il corso della vita del paese. Rottura, che colpiva anche l’organizzazione e la disciplina militare. E, difatti, in occasione dell’impresa di Fiume interi reparti militari disertarono, attratti da D’Annunzio e dalla sua oratoria, così veemente. La disciplina militare, l’organizzazione dell’Esercito in generale, ne furono vulnerate in modo gravissimo; sicché i vertici militari non furono in grado di poter controllare le proprie truppe. Violenta, anzi violentissima fu,poi, l’oratoria dannunziana. Un’oratoria oltremodo insultante ed offensiva contro gli avversari, quali soprattutto quelli del Governo nazionale: F.S. Nitti e G.Giolitti. Una violenza verbale senz’altro inusitata, denigratrice, talora anche scurrile. Celebri sono rimasti gli epiteti contro il Nitti: “Cagoia” e contro il Giolitti: “ sudicio labbrone di Dronero”. Un’oratoria fascinatrice e coinvolgente, declamata da una personalità assolutamente magnetica, quale non si era mai visto prima. Una violenza verbale, che si propagherà nel futuro, nel fascismo e poi nel nazismo con conseguenze ben infauste e terribili. E durante il periodo fiumano vi fu, in particolare, anche una rottura di governance fra Roma e Fiume. Si trattò di due Entità territoriali, con politiche, assetti ed interessi divergenti e contrapposti. Fiume aveva l’obiettivo primario di affermare l’italianità della Città e chiederne l’annessione tout court alla madre Patria; Roma, viceversa, oltre a dover tenere nel dovuto conto gli innegabili e condivisi sentimenti di tutti gli Italiani, che volevano senza dubbio l’annessione, doveva tenere nel giusto conto le opinioni e le richieste delle Potenze Alleate, in primis del Presidente Nord-americano W. Wilson e ciò anche in riferimento agli approvvigionamenti, di cui il Paese aveva urgente ed assoluto bisogno; nonché l’opinione del Governo Yugoslavo, che, comunque, premeva ai confini della Patria ed era sempre pronto ad approfittare di ogni occasione e momento favorevoli. A Fiume D’annunzio attivò una politica disgregatrice dell’unità jugoslava tramite la Lega degli oppressi, strumentalizzata a tal fine soprattutto nel 1920 e di cui fu capo di Stato Maggiore Oscar Sinigaglia. E si oppose sempre fermamente alle pretese slave su Fiume e su il suo territorio limitrofo, quale Porto Barros e le isolette viciniori. D’Annunzio non accettò e si oppose alla soluzione del modus vivendi, cioè al progetto Tittoni nel 1919; come non accettò e si oppose al Trattato di Rapallo del 12 Novembre del 1920. Strategicamente, la visione politica del Ns. comprendeva non solo Fiume, ma anche l’intera Dalmazia e spaziava sino alle isole dell’Egeo, alla costa meridionale turca, compresa la città di Smirne sino a raggiungere la penisola Caucasica sino a Baku. Questa era la Grande Italia, da Lui rivendicata come diritto d’espansione per la vittoria nella grande guerra e come riparazione di guerra medesima. Grande Italia, basata su diritti storici, quale il predominio veneziano, della Serenissima cioè, quantomeno sull’Istria e sulla Dalmazia. Visione quest’ultima, senz’altro condivisa dalle alte gerarchie militari, cioè dell’Esercito e della Marina. Viceversa, il Governo di Roma cercò sempre vuoi con Nitti; vuoi soprattutto con Giolitti un accordo con le Autorità slave, garantendo loro, in caso d’accordo, l’unità delle neonata Nazione e promettendo loro di cedere tutto il territorio limitrofo di Fiume e cioè l’intera zona del porto con tutte le sue infrastrutture portuali ed industriali e annettendo all’Italia soltanto la Città di Fiume e una stretta striscia di terra, che collegasse tramite una linea ferroviaria Fiume all’Italia: null’altro. L’impresa di Fiume non fu un’impresa estemporanea, nata cioè su due piedi, per l’iniziativa di pochi esaltati, bensì un’operazione politica lungamente preparata da uomini e forze molteplici. I tumulti scoppiati a Fiume nel giugno del 1919, la partenza dei Granatieri dalla città il 25 Agosto dello stesso anno, le decisioni della Conferenza di Parigi fecero precipitare gli eventi. L'avvenimento occasionale che spinse il Poeta a rompere gli indugi fu l'appello dei "sette giurati di Ronchi", sette giovani ufficiali dei granatieri che erano stati allontanati da Fiume e sostituiti dalla Brigata Regina. "O Fiume o morte". Cosicchè, l'11 Settembre D'Annunzio partì per Fiume, giorno considerato fausto dal Poeta. Fiume era l'antica Tarsatica dei tempi di Augusto ed era l'unico scalo marittimo, di cui gli jugoslavi potevano disporre, dal momento che vuoi Sebarico; vuoi Spalato erano privi di collegamenti ferroviari con l'entroterra. D'altro canto, Fiume prima della guerra era soggetta all'Amministrazione ed a un Governatore ungherese. E dalla dissoluzione dell'impero Austro-Ungarico era nato il nuovo Regno Sloveno-Croato-Serbo (SHS). La causa di Fiume era ritenuta giusta e santa ed il contesto ambientale era intriso e permeato di patriottismo e di passione per l’italianità di Fiume. Ma quali erano i gruppi organizzativi egemoni per la spedizione a Fiume?. I gruppi in parola erano: nazionalisti, fascisti, repubblicani, arditi, settori della UIL, le organizzazioni, aderenti al Comitato per le Rivendicazioni Nazionali, alcuni gruppi patriottici moderati, alcuni esponenti massonici ed alcuni ambienti militari. Tutti, ritenendo la causa di Fiume appunto giusta e santa, si proponevano, quindi, un’azione risolutiva, manu militari, per Fiume, volevano cioè porre davanti a tutti: Società delle Nazioni, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Governo ed opinione pubblica in Italia un fatto compiuto e cioè l’occupazione di Fiume Tra i nazionalisti vanno segnalati, in particolare, due figure: Oscar Senigaglia e Giovanni Giuriati. Fiume, un'avventurosa vicenda poetica-militare-amorosa, che, mentre nasceva il fascismo, appassionò il mondo intero e che trasse Fiume dall'anonimato per farne una delle città più celebri d'Italia. Ma, in proposito, come si comportò la Monarchia?. Ebbene, il 25 Settembre 1919 si riunì il Consiglio della Corona, il quale non accettò e, quindi, respinse l’annessione di Fiume all’Italia. Mussolini si mosse solo sul piano economico, lanciando un prestito a carattere nazionale in favore dell’impresa di Fiume. Nel frattempo, il 19 Settembre dello stesso anno vi fu una riunione a Fiume fra Giuriati, Luigi Rizzo, D’Annunzio, Susmel, Marinetti, Host-Venturi, Vecchi, Miani e Mazzuccato per una marcia su Trieste il 27 Settembre e, poi, su Roma. Il successivo 9 Ottobre 1919 vi fu un incontro tra D'Annunzio e Mussolini, con tutta probabilità si parlò di un piano d'azione per la conquista del potere, già anticipato da Mussolini nelle sua lettera del 25 Settembre 1919. E, d'altra parte, l'ufficiale d'ordinanza di D'Annunzio Igliori in una sua lettera del 1927 parla di un piano d'azione consistente in una marcia su Roma per instaurarvi un governo che rivalutasse la vittoria. Orbene, se l'impresa fiumana, all'inizio fu un problema locale, essa divenne in seguito, per la facilità con cui si svolse, la prova generale di una possibile marcia su Roma. Ma per un colpo di Stato erano disponibili solo le prime due settimane dall’entrata in Fiume. Vi erano, in proposito, molte probabilità di successo, dato il generale stato di disorientamento. In particolare, F.S. Nitti si trovava in una particolare situazione: da un lato doveva fronteggiare la minaccia; dall'altro, non faceva nulla per sventarla. Forse pensava addirittura di trovare un accordo con D’Annunzio e di rimanere così al Governo?. Egli, in ogni caso, non aveva valutato in maniera adeguata le tendenze rivoluzionarie e nazionalistiche, prodottesi nel dopoguerra. ll rischio di un moto rivoluzionario era per i nazionalisti e per i moderati troppo grosso. Ed allora essi per mantenere l’iniziativa proposero a D’Annunzio un’azione all’esterno verso la Dalmazia cioè e non già verso l’interno. In tal modo: 1)si staccava D’annunzio dai sovversivi; 2)si metteva Nitti in difficoltà; 3)si assicuravano all’Italia le terre assegnate sulla carta dal Patto di Londra (ed altre ancora che essi avevano sempre rivendicato); 4) tentare in tal modo una nuova e vasta mobilitazione dell’opinione pubblica intorno a loro. Da tutto ciò sarebbero dovute scaturire premesse per una trattativa con il Governo, che, sanando la secessione fiumana, impegnasse F. S. Nitti o il suo successore a realizzare l’italianità di Fiume e della Dalmazia; e, al tempo stesso, fugasse i pericoli di un’evoluzione a sinistra dell’impresa fiumana. A Fiume vi era in tutti gli ambienti la convinzione che l'occupazione della città fosse l'inizio di un pronunciamento militare, che avrebbe spazzato via quel poco di regime democratico esistente. Il progetto di una marcia su Roma, che desse al Paese un governo più stabile, non proveniva solo dall'entourage del Comandante. Alfredo Rocco e Francesco Coppola si recarono a Fiume per sollecitare D'Annunzio a marciare su Trieste: "Se il corpo di occupazione di Fiume fosse uscito - così scrisse il Rocco nel 1938 - non avrebbe trovato seria resistenza e si sarebbe anzi, durante la marcia su Trieste, ingrossato in modo tale da divenire formidabile al suo ingrosso nella città. Eravamo certi che, all'annuncio dell'occupazione di Trieste, a Roma, tutto sarebbe crollato". Anche Enrico Corradini e Pietro Foscari andarono a Fiume per lo stesso motivo all'inizio di ottobre  del 1919. Il tutto fino a Roma. Ma Giovanni Giuriati non riteneva D'Annunzio capace di gestire il potere su scala nazionale: era un nome di grande richiamo é vero, ma non aveva le qualità necessarie. L'opinione pubblica era favorevole ad una marcia su Roma, che desse al Paese un governo più stabile; il trattato di Versailles aveva suscitato una grande indignazione; l'entusiasmo popolare alla liberazione di Fiume era alle stelle; l'esercito guardava con simpatia alla causa fiumana. Tutto in quei giorni giocava in favore di D'Annunzio. Tant'é, che così Badoglio scriveva a F. S. Nitti:"...L'ascendente suo (di D'Annunzio cioé) é tale che basta una sua parola per decidere una soluzione...Riassumendo, quindi, situazione sia per quanto riguarda la popolazione, sia per quanto riguarda l'Esercito quanto mai delicata....Ma il fatto più grave é che non posso per ora garantire che le truppe marcino contro i loro compagni e facciano uso delle armi”. Il 10 Novembre a Cantrida s’incontrarono D’Annunzio ed il Gen. Badoglio. Si parla del progetto Tittoni, allora Ministro degli Esteri; progetto, che prevedeva che passasse all’Italia solo la Città di Fiume; laddove il porto e la ferrovia dovevano passare sotto il controllo della Società delle Nazioni. “D’Annunzio non domina più la situazione,non ha nessuno in sua mano, è sopraffatto dai pazzi”, così scriveva angosciato Antonio Albertini al fratello Luigi, Direttore del Corriere della Sera. In tale confusissima situazione, le conseguenze del sopra descritto orientamento moderato e nazionalista e le ribollenti pulsioni rivoluzionarie s’indirizzarono, in data 15 Novembre 1919, piuttosto che verso l’Italia o Roma, verso Zara e portarono alle trattative tra G. Giuriati, Preziosi e Sinigaglia da un lato e Sforza e Badoglio dall’altro. Di tanto, la spiegazione data é la seguente: "I nazionalisti, che continuavano ad esercitare l'influenza più forte sul movimento dannunziano, preoccupati che un moto rivoluzionario, al quale il Comandante sempre ambiva, potesse assumere una direzione diversa da quella da essi desiderata, cercarono di rivolgere l'attenzione e le mire del Comandante  verso la Dalmazia per distoglierlo da Roma ”. In quel tempo le parole di Mussolini nei confronti di D’Annunzio avevano un valore soltanto di captatio benevolentiae. A Fiume infinite erano le vicende sentimentali e nella generale esaltazione di quei mesi esse non avevano confini, perché esplodevano e ravvisavano nell'omosessualità la spinta più viva dell'eroismo. La Poesia di D'Annunzio a Fiume si esprimeva nella parola e la bellezza dei suoi discorsi dalla ringhiera risuonava d'eroismo misto a violenza. La sua era un'oratoria eroica, permeata di richiami all'antica Roma dei Cesari ed immersa in una liturgia di "Alalà", di "Me ne frego", di gagliardetti, di teschi e tibie incrociate. che furono il seme dello stile fascista, quando lui D'Annunzio era il Duce o meglio il Duce divino e Mussolini soltanto il professore. A Fiume i legionari cantavano l'inno degli Arditi: giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza; ma, in realtà, in Città dominava lo spettro della morte, più che la gioia della vita. Le condizioni economiche di Fiume erano disastrose. Il blocco ed il razionamento dei viveri erano aggravati continuamente dalla minaccia di un attacco armato delle truppe governative, dalla torva presenza delle navi regie, che incrociavano le acque del Carnaro. Fra tanta retorica, la fame aveva un volto reale ed avveniva, che la gente fosse costretta a mangiare la carne dei cavalli, che cadevano anch'essi sotto la fatica e la denutrizione. Ma chi erano i legionari fiumani e cosa significava per loro essere andati a Fiume con D'Annunzio? Fra loro si possono distinguere due categorie fondamentali: gli scalmanati ed i ragionevoli, o meglio i radicali ed i moderati. In proposito, in una sua lettera del 26 ottobre 1919 il Gen. Badoglio al Gen. Ceccherini, recatosi quest'ultimo a Fiume, scriveva paventando conseguenze incalcolabili, se i legionari fossero sfuggiti al controllo dei militari o, comunque, delle gerarchie militari; prevedendo, altresì, reazioni a catena in tutto il Paese e persino la lotta di classe e cioé il pericolo rosso: il bolscevismo. Si versava, cioé, in un clima, che può senz'altro definirsi di sovversivismo bolscevizzante. A ciò contribuì, peraltro, il rapido declino della iniziale politica d'intesa con Il Consiglio Nazionale Fiumano. E qui si pone un'altra questione: perché D'Annunzio ha mantenuto in piedi il Consiglio Nazionale Fiumano, di cui l'esponente più autorevole e rappresentativo era Grossich?. E ciò, riconoscendo ad esso tutte le funzioni ed i poteri amministrativi e stabilendo che solo per gli atti politici fosse necessaria, perché diventassero esecutivi, la preventiva approvazione del Comando. Fu un grande errore appunto politico, perchè il Consiglio in argomento gli remò contro e lo pose in serio imbarazzo e pericolo. Altra questione: com'é nata l'impresa fiumana e per quali motivi F. S. Nitti in pratica non reagì contro di essa? Perché ha sottovalutato l'impresa fiumana. Perché Nitti non ha proceduto con la stessa energia di Giolitti nel Dicembre del 1920 e non represse subito l sedizione dannunziana?. E ciò, di fronte all'estrema facilità con la quale lo stesso Giolitti pose fine nel Dicembre appunto del 1920, manu militari, all'occupazione dannunziana di Fiume. A questo punto, il peso dei legionari moderati diminuì significativamente anche per l'abbandono di alcuni suoi esponenti, quale il maggiore Reina; laddove, viceversa, il peso dei legionari radicali aumentò considerevolmente, sino a diventare predominante ed a giungere. a metà Dicembre ad imporsi su D'Annunzio e ad indurlo a separarsi da Giovanni Giuriati e dai moderati. Il 16 novembre ci furono le nuove elezioni, indette da Nitti. Il giorno precedente Mussolini tenne un discorso a Milano, nel quale aveva così inneggiato: Viva Fiume!, Viva D’Annunzio!, Viva l’Italia!”. Le elezioni si conclusero con un fiasco per Mussolini: i socialisti, infatti, ebbero 156 seggi; i popolari 100. Mussolini, che non aveva preso neppure cinquemila voti, scrisse a D’Annunzio in termini di moderazione: “Credo che ogni marcia all’interno in questo momento getterebbe il Paese in condizioni gravissime. Bisogna attendere che gli elementi nostri si riprendano e tornino ai loro posti. Non si può ignorare la realtà, anche se triste”. Il 29 Novembre 1919 vi furono le dimissioni del maggiore Carlo Reina, capo di stato maggiore. Il 23 Novembre, inoltre, vi furono le dimissioni di Giovanni Giuriati da capo di Gabinetto. Il primo si dimise per il rifiuto di D’Annunzio di accettare la proposta del Gen. Badoglio, relativa alla costituzione di Fiume in Città Libera. Il secondo, dopo la decisione di D’Annunzio di annullare il plebiscito del 18 Dicembre, riguardante il modus vivendi, che era risultato favorevole all’accettazione della proposta del gen. Badoglio. Giuriati fu sostituito il 9 Gennaio da A. De Ambris, consigliato a D’Annunzio da Mussolini, il quale se ne giovò per il suo gioco di potere. Il 5 gennaio 1920 Giulietti, il capo della Federazione Italiana dei Lavoratori del Mare (Film), invitò D’Annunzio ad effettuare un colpo di mano (colpo di stato) ad opera dei legionari, dei lavoratori del mare, dei socialisti e degli anarchici (programma: Libertà di Fiume e Repubblica sociale). A questo invito D’Annunzio dette una risposta più da poeta che da politico e così, in particolare, si espresse:” La vera volontà di vita non è là dove la dottrina di Lenin si smarrisce nel sangue. Il cardo bolscevico si muta qui in rosa italiano in rosa d’amore”. Il collegamento con il Partito socialista italiano (P.S.I.) non ci fu per l’ostilità netta e totale della Direzione Socialista e di Giacinto Menotti – Salvati, direttore dell’Avanti dal Settembre 1914 agli inizi del 1923. Tale ostilità, però, non fu condivisa da elementi quali Gramsci, Bordiga e Bombacci. Lo stesso Lenin affermò, che D’Annunzio era un rivoluzionario; in una critica mossa ai socialisti italiani Lenin disse al Congresso di Tale ostilità, però, non fu condivisa da elementi quali Gramsci, Bordiga e Bombacci. Lo stesso Lenin affermò, che D’Annunzio era un rivoluzionario; in una critica mossa ai socialisti italiani Lenin disse al Congresso di Mosca del 1920: “Bisognava sfruttare la situazione creata dall’impresa dannunziana per volgerla ai fini della rivoluzione proletaria italiana, Le proposte fatte al partito da Giulietti per un’azione all’interno dovevano, perciò, essere ascoltate e discusse accuratamente”. Ma perché i socialisti si opposero? Probabilmente, hanno ritenuto la svolta a sinistra da parte di D’Annunzio solo come un bel gesto, del tipo “vado verso la vita” del 20 marzo 1900.. Con Alceste De Ambris, capo di gabinetto di D'Annunzio dal 9 Gennaio 1920, si assiste ad una svolta a sinistra nella politica a Fiume, complici il capitano Giuseppe Giulietti, segretario generale della Federazione Socialista Lavoratori del Mare - Film - ed il leader degli anarchici Enrico Malatesta. Tale svolta fu attuata da singole persone e non dal Partito socialista italiano (P.S.I); che, come partito, si dimostrò sempre ostile a D'Annunzio. Nell'accettare di collaborare con D'Annunzio, Alceste De Ambris pensava di portare avanti il discorso socialista ed umanitario iniziato dal Poeta con la crociata dei Popoli oppressi. Infatti, il 24 ottobre 1919 D'Annunzio aveva lanciato da Fiume: "La nuova crociata di tutte le nazioni povere ed impoverite, la nuova crociata di tutti gli uomini poveri e liberi, contro le nazioni usurpatrici ed accumulatrici d'ogni ricchezza, contro le razze da preda e contro la casta degli usurai, che sfruttarono ieri la guerra per sfruttare oggi la pace; la crociata novissima che ristabilirà quella giustizia vera da un maniaco gelido e cioé il Presidente degli U.S.A. W. Wilson, crocifissa con quattordici chiodi spuntati e con un martello preso in prestito al Cancelliere tedesco del pezzo di carta". Tra i popoli oppressi non c'erano solo popoli europei, quali la nuova Germania, l'Austria tedesca e l'Irlanda, ma anche popoli emergenti, quali l'Egitto, l'India, tutto l'Islam allora sotto il giogo britannico e popoli apparentemente lontani, quali la Cina e la Russia Sovietica. Il 19 Aprile 1920 si tenne a San Remo la Conferenza inter-alleata, presieduta dallo stesso Nitti. Non si discusse dell’Adriatico, perché il Governo pensava già ad un accordo con la Yugoslavia. Aprile-Maggio 1920: D’Annunzio per risolvere o, quantomeno, alleviare il problema degli approvvigionamenti a Fiume creò un corpo speciale: gli Uscocchi, che aveva appunto il compito di depredare le navi di passaggio, cariche di viveri, fra queste prede vi fu il piroscafo Persia. Il 26 Settembre 1920, D'Annunzio con un suo decreto, sia pur richiamandosi alla volontà sovrana del popolo, costituiva il Governo provvisorio della Reggenza. In esso, oltre alla carica suprema di Comandante, riservava per sé il Rettorato (Ministero) degli Affari Esteri. Gli altri sei Rettori erano Nino Host-Venturi alla Difesa; Maffeo Pantaleoni alle Finanze e Tesoro; Icilio Baccich all’Interno e Giustizia; Lionello Lenaz all’ Istruzione Pubblica; Luigi Bescocca  all’Economia Pubblica; Clemente Marassi al Lavoro. La proclamazione di una Reggenza suscitava profonde preoccupazione nei moderati e, viceversa, grandi speranze nei rivoluzionari di sinistra; rese,comunque, ancora più difficile la situazione a Fiume, che in quei mesi divenne un drammatico punto di scontro e d'incontro. Nel resto del Paese vivissimo era il fermento della classe operaia, sebbene Giolitti si adoperasse per restaurare l'autorità dello Stato. Si guardava sempre di più alla Russia Sovietica, sebbene una delegazione di socialisti, al rientro da Mosca, avesse riportato informazioni disastrose su quel regime. In Italia gli operai occupavano le fabbriche, sulle quali venivano issate le bandiere rosse, con l'obiettivo di trasmettere i mezzi di produzione dalle mani dei capitalisti a quelle dei lavoratori. A nulla valevano gli sforzi di personalità, che svolgevano un'opera moderatrice e legalitaria. Giolitti non intervenne manu militari, certo che gli operai sarebbero scesi a patti, come difatti avvenne. Fiume, pur se tra numerose contraddizioni, era considerato un luogo, dove la rivoluzione si era già verificata. D'Annunzio si era già iscritto di suo pugno al Fascio, in quanto "uomo d'armi". Lenin non perdeva la fiducia nella Reggenza dannunziana. In questa situazione, così caotica, il Gen. Caviglia così scriveva: "A Fiume si rivolgevano le speranze di vari partiti più o meno costituzionali della borghesia, nonché di altri partiti anti-costituzionali ed anche anarchici. E anche Lenin sperava in Fiume come punto di partenza per una rivoluzione in Italia". Nella sua struttura giuridica e sociale la nuova Costituzione fiumana era il frutto della concezione rivoluzionaria di Alceste De Ambris. E D'Annunzio? D'Annunzio era oscillante. Quale poteva essere la soluzione?. Una prima soluzione era quella rivoluzionaria di sinistra. Sembrava, infatti, che la Carta del Carnaro ne avesse gettato le basi. Una seconda soluzione insurrezionale era quella nazionalista. C'era un vero e proprio pellegrinaggio di varie personalità: R. Davanzati ed Alfredo Rocco, rispettivamente esponenti del Nazionalismo e del Fascismo. Mussolini, pur in visita a Trieste, Pola, Monfalcone, evitò di recarsi a Fiume. D'Annunzio, a questo punto, inviò a Mussolini un progetto politico, che De Ambris aveva elaborato Si trattava di un piano per suscitare un'azione insurrezionale in tutta Italia. Siamo nel periodo: Settembre-Ottobre 1920. Il piano era articolato in tre punti:
  1. a) Puntare ad un ordine nuovo;
  2. b) D'Annunzio come  elemento polarizzante dell'impresa;
  3. c) Estendere la Costituzione fiumana.
Il piano insurrezionale, secondo Mussolini e le sue correzioni, doveva avvenire in un quadro istituzionale repubblicano, ma nel riconoscimento del ruolo del Vaticano: "come centro di una fede universale". Inoltre, sempre secondo Mussolini, occorreva l'appoggio dell'Esercito e della Marina. E, d'altra parte, vi era lo sfaldamento delle S.H.S. (Slovenia - Croazia - Serbia). In sostanza, sul punto Mussolini era d'accordo con il Gen. Caviglia. E se questo é vero, dalla parte della sinistra rivoluzionaria Giulietti, Presidente della Federazione Italiana Lavoratori del Mare (Film) affermava, che non bastavano i movimenti fascisti per pervenire ad un esito positivo, ma occorreva, in ogni caso,  a tal fine l'accordo e la relativa adesione delle organizzazioni operaie e dei partiti d'avanguardia. Il tutto tramite il richiamo a Lenin. Nel frattempo, il Ministro degli Esteri di Giolitti Carlo Sforza aveva iniziato e portato a termine le trattative con la Yugoslavia, sfociate nel Trattato di Rapallo, Alla stregua di quest'ultimo, Zara fu annessa all'Italia e Fiume fu ritenuta e costituita come Stato indipendente. Alle trattative in questione, D'Annunzio non fu invitato. A questo punto, D'Annunzio convocò in arengo (in Piazza Dante) i suoi legionari. Il 1° Novembre 1920 giorno di Ognissanti D'Annunzio annunciò, che il tradimento dell'Italia era prossimo. Dallo scoglio di S. Marco - tra porto Re e la punta settentrionale dell'Isola di Veglia : Iterum rudit leo (nuovamente ruggisce il leone). Il 4 Novembre del 1920 Roma fu invasa da migliaia di manifestini: sui quali era scritto: La Vittoria é stata assassinata. Il 12 Novembre fu stipulato in piena notte il Trattato di Rapallo, per il quale, come detto, all'Italia oltre a Zara furono assegnate le isole di Cherso e Lusino, nonché quelle di Lagosta e Palagosta al centro dell'Adriatico. Ai primi di Dicembre del 1920 (2o3) ci fu un incontro fra A. De Ambris, il suo segretario U. Foscanelli e Mussolini. "Ormai era chiaro che Mussolini aveva tutt'altra voglia che aderire al programma rivoluzionario di Fiume. Egli parlò dell'inverno senza carbone, degli approvvigionamenti che mancavano, delle truppe jugoslave che avrebbero fatto subito pressione su Fiume e tutto il confine dalmata, ma forse non disse quello che lo faceva inopinatamente cauto e timoroso: non se la sentiva di fare una marcia su Roma a rimorchio di D'Annunzio, nel qual caso Egli avrebbe dovuto restare una figura di secondo piano e non avrebbe potuto mantenere gli impegni già assunti con gli agrari, che cominciavano proprio allora a fornirgli aiuti finanziari e squadre di azione. Nelle "Memorie della mia vita" Giovanni Giolitti ha scritto, che il Comandante si era fatta "qualche illusione che l'Esercito e la Marina non avrebbero agito contro di Lui o che almeno vi sarebbero state defezioni e che l'opinione pubblica si sarebbe commossa ed agitata in suo favore. Nulla di tutto ciò avvenne. I soldati ed i marinai d'Italia, infatti, compirono, come sempre, austeramente il loro dovere, nonostante il rammarico di dover agire contro dei loro concittadini e commilitoni; e l'opinione pubblica, anche nella maggioranza di coloro che avevano innanzi approvata l'opera del D'Annunzio, non lo seguì affatto in questa sua ultima azione. Segno codesto che in tutti era l'intima convinzione che essa, in quella sua ultima fase di opposizione alla volontà del Paese, espressa nel Governo e nel parlamento, ed agli impegni del trattato, non rispondeva più agli interessi ed alla dignità della Nazione". Intervenne anche il Vaticano nel tentativo di sventare un bagno di sangue fra fratelli. D'Annunzio non credeva che si sarebbe arrivati a tanto e cioé a versare sangue italiano appunto fra fratelli. Il 31 Dicembre 1920 fu firmata la resa di Fiume ad Abbazia ed i legionari lasciarono la città. Il 18 gennaio 1921 D’Annunzio abbandonò definitivamente Fiume.      

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