Prima Pescara

Francesco G. Conti – d’Annunzio politico.

fgAccanto al D’Annunzio sommo Poeta, celebre letterato e drammaturgo si pone il D’Annunzio politico: dapprima deputato: 1897-1900; poi Comandante a Fiume 1919-1920; ed, infine, Pacificatore e Prigioniero del Vittoriale 1921-1938: anno della sua morte.

D’Annunzio, in sintesi, può senz’altro definirsi come il Profeta, anzi meglio come il Messiah di una religione civile, mistica e popolare ad un tempo, incentrata sulla sacralità della Nazione, della Patria.

D’Annunzio ebbe una straordinaria sensibilità, una straordinaria capacità di visione politica e sociale, con la quale anticipò vuoi le correnti nazionaliste e superomistiche, che avrebbero condotto ai fascismi; vuoi  i movimenti più libertari del XX secolo in una visione del mondo, che andava oltre le categorie della destra e della sinistra e che ebbe sempre al centro l’individuo.

D’Annunzio, più che un politico, fu un uomo pubblico, un vero e proprio punto di riferimento politico, un personaggio di grande richiamo per le folle, un trascinatore unico delle masse, dotato di un fascino assolutamente magnetico e di un’oratoria appassionata e coinvolgente.

In realtà, D’Annunzio non fu né a Fiume, né mai, un vero politico.

E, difatti, la sua discesa in politica, come deputato nel 1897, va vista solo come l’affermazione agli occhi di tutti del suo superomismo, influenzato dal pensiero di Nietschze; del suo appartenere al supermondo rispetto al sottomondismo di tutti gli altri.

Dopo il 1920, quando fu costretto a lasciare Fiume per evitare una guerra civile fra Italiani, il Ns. si ritirò, di fatto, dalla politica attiva, nonostante le insistenze dei suoi e di altre numerose personalità, anche dell’opposizione politica del tempo.

Ma sperava di ritornare in auge, come Pacificatore sopra le parti ed i partiti, senza essere partitaro cioè, ritenendo provvisoria la presa del potere da parte di Mussolini e sovrastimando la propria popolarità e la propria presa emotiva ed ideale sugli Italiani.

E ciò soprattutto nel periodo 1921 – 1922 e dopo il delitto Matteotti.

Abbandonata successivamente la politica, la riprese con l’impresa d’Etiopia, aderendo e sostenendo attivamente la politica fascista con un intervento presso le Autorità Francesi, ed adoperandosi,poi,  per una fattiva politica anti-germanica negli ultimi anni di vita.

Infine, più nulla.

Rapporti con  l fascismo.

Per buona parte della cultura italiana il nome di D’Annunzio è da ricollegarsi immediatamente con il fascismo: D’Annunzio  – si dice – fu il precursore del fascismo. un proto fascista, il Giovanni Battista del fascismo.

Tanto, perché l’intero rituale della politica fascista derivò dallo Stato libero di Fiume; il discorso dal balcone; il saluto romano; il grido: eia, eia,eia, alalà; il dialogo drammatico con la folla; il ricorso a simboli religiosi in una ambientazione laica; l’elogio funebre dei martiri e l’uso delle loro reliquie nelle cerimonie pubbliche.

All’accusa di arci-fascista o di proto-fascista si è aggiunto una sprezzante denigrazione del D’Annunzio da parte degli esponenti della cultura italiana in generale subito dopo la seconda guerra mondiale; laddove, viceversa, nel ventennio fascista il Ns. fu osannato ed incensato, anche se la cultura in generale di quel periodo avvertiva, comunque, la profonda diversità ed estraneità della figura di D’Annunzio, in quanto ritenuto troppo individualista ed, in ogni caso, non inquadrabile e non assimilabile nella cultura fascista.

Denigrazione e disprezzo fortunatamente non da parte di tutti.

Tra questi ultimi Enzo Siciliano affermò che: “fu il fascismo a sfruttare D’Annunzio ed il dannunzianesimo nel progetto del colpo di Stato; fu Mussolini ad essere dannunziano, piuttosto che D’Annunzio ad essere fascista”.

Ed, infine, Leo Longanesi, definito carciofino sott’odio, il quale in un suo saggio/pamphlet “Parliamo dell’Elefante” così scriveva:

“Ci si accorge, ad un tratto, che Gabriele D’Annunzio, a paragone delle polpette d’oggi, è un Gigante.

Dominò il suo tempo. Creò uno stile, riuscì ad interessare quaranta milioni d’italiani ai suoi capricci, e, morendo, si trascinò dietro l’ultima Italia ancora presentabile in pubblico: la Sua”.

In realtà, D’Annunzio fu tutt’altro che fascista; come, a ben vedere, venti anni prima, cioè nel 1900, fu tutt’altro che socialista; laddove, viceversa, il fascismo fu dannunziano.

“D’Annunzio non fu mai fascista, neppure formalmente, nemmeno quando, con la guerra d’Africa, si impegnò a fondo a sostenere ed a esaltare l’opera mussoliniana”.

In quell’occasione Egli fu solidale con Mussolini; giammai con il fascismo.

Rapporti con Mussolini.

D’Annunzio e Mussolini è la storia di una cordiale inimicizia.

I due personaggi si guardarono sempre con sospetto, provando ognuno per l’altro quasi un sentimento d’invidia.

Il Vate, dall’alto del suo prestigio intellettuale, avvertiva un sorta di rancore nei confronti di colui, che aveva conseguito quella fortuna politica, che a lui era sempre sfuggita; laddove il Duce mal sopportava di dovere in qualche modo (soprattutto nei primi anni del loro incontro – scontro) fare i conti con una gloria non solo letteraria, ma così ingombrante, da costringerlo a più o meno sottili schermaglie diplomatiche.

Il dissidio fra D’Annunzio e Mussolini fu insanabile, anche se non appare tale nello scorrere il carteggio intercorso fra i due.

Carteggio, che sembra più quello fra due Principi del Rinascimento che tra due personalità del XX secolo.

Ma quale la contemporanea posizione di Mussolini e la profonda diversità con quella di D’Annunzio?.

Per Mussolini l’impresa di Fiume non fu mai altro che un momento di una battaglia politica assai più vasta, della quale l’impresa dannunziana era certamente un elemento in sé importante, ma strategicamente secondario e, soprattutto, un elemento che aveva esaurito e bruciato quasi subito le sue possibilità di incidere veramente sulla situazione politica italiana.

Cosicché, ben si spiega l’atteggiamento della seconda metà del 1920 di fronte vuoi ai nuovi progetti deambrisiani per una nuova azione rivoluzionaria in Italia; vuoi al Trattato di Rapallo; vuoi, infine, al Natale di sangue.

Enorme fu, poi, la diffidenza di Mussolini verso D’Annunzio dopo la conclusione dell’impresa di Fiume, che si manifestò in un sospetto occhiuto, in un progressivo isolarlo dalla grande maggioranza dei suoi collaboratori politici ed amici più fedeli ed, in sostanza, dalla stessa vita nazionale, sino a farne qualcosa a mezzo tra un confinato ed un volontario romito.

Con il proposito, in ogni caso, di ammorbidirne la posizione e di legarlo a sé, andando incontro con condiscendenza e liberalità a quasi tutti i suoi desideri e bisogni ed anche alle sue piccole manie.

In definitiva, l’ideologia realistica di Mussolini, come scrive Emilio Gentile: “era assolutamente estranea al fervore morale, allo spirito libertario ed autonomista ed al confuso, ma sincero ribollismo di propositi rivoluzionari dell’ambiente fiumano”

Con il tempo i sospetti finirono, però, per cadere e Mussolini dovette convincersi, che il Poeta non costituiva più un problema per lui.

Nonostante ciò, la condiscendenza non finì ed, anzi, acquistò un  che di naturale ed, a suo modo di affettuoso; cosa, del tutto, eccezionale in un carattere chiuso, sospettoso e portato alla strumentalizzazione ed al disprezzo degli uomini, quale era quello di Mussolini.

Tant’è, che Mussolini è tornato al Vittoriale dopo la morte del Poeta vuoi il primo Marzo del 1939; vuoi soprattutto il primo Marzo del 1945, appena circa due mesi prima della sua morte e relativo scempio del suo cadavere a Piazzale Loreto in Milano (in uno con quello di Claretta Petacci).

Per d’Annunzio il discorso è più complesso.

Dal 1921 al ‘35/36 il suo intimo giudizio su Mussolini non doveva, però, essere molto cambiato.

Per D’Annunzio, infatti, il Duce rimaneva un parvenu, che aveva sfruttato ed, in ultima analisi, tradito la sua opera.

Il riavvicinamento, anzi la scoperta di Mussolini da parte del Ns. avvenne solo nel 1935/’36.

La guerra d’Africa, riaccendendo in lui la sua mai sopita fiamma nazionalista, gli fece guardare a Mussolini come ad un uomo diverso, grande e coraggioso, alla sua altezza, almeno come patriota ed uomo d’azione.

Ma la sua adesione al fascismo in quest’ultimo periodo, il suo consenso alla politica fascista, tale da fargli rivedere quello che fino ad allora era stato sostanzialmente il suo giudizio, la sua valutazione umana e politica di Mussolini, ebbe, a ben vedere, solo un valore del tutto particolare ed episodico.

Tanto; tenendo nel giusto e dovuto conto del notevole processo di ripiegamento psicologico e di deperimento fisico, che caratterizzarono gli ultimi anni di vita del Poeta

Tant’è che D’Annunzio nulla ha detto sulla guerra di Spagna pressoché contemporanea, trattandosi di una guerra fascista ideologica, che non ha mai interessato il Poeta.

D’Annunzio deputato: anni 1897 – 1900.

Sul finire del 1800, caduto il governo di Francesco Crispi, dopo la disastrosa sconfitta di Adua, che aveva visto ben settemila morti, l’Italia viveva un momento storico drammatico.

Per certi aspetti quest’ultimo appare senz’altro essere analogo a quello odierno.

L’Italia era un paese lacerato da tensioni sociali alimentate dalla maree montanti di aspettative presto disattese.

Fu allora che G. D’Annunzio, già letterato di vasta risonanza europea, decise di candidarsi nelle file della destra per l’elezione a deputato nel Collegio di Ortona a mare.

“Perché – così Egli scriveva al suo editore Emilio Treves – bisogna che il mondo si persuada che io sono capace di tutto” ed era sicuro della vittoria.

Chiaro esempio quest’ultimo di superomismo, sotto l’influenza di Nietzche.

Ed, inoltre, “Io sono al di là della destra e della sinistra – così D’Annunzio aveva in precedenza scritto all’amico giornalista Luigi Lodi – come al di là del bene e del male”.

Ed Aggiungeva: ” Ho visto che qualche giornale mi rappresenta come candidato ministeriale di destra. ma tu sai meglio di ogni altro, che sarà stupenda la singolarità delle mie attitudini sui vecchi banchi di Montecitorio”.

“io farò parte di me stesso…Io sono un uomo della vita e non delle formule”.

Con questi proclami, l’estate del 1987 lo vide impegnato in una lunga campagna elettorale in diverse località del Collegio: Guardiagrele, Ari, Vacri, Pescara, preso com’era dal domare la bestia elettiva.

Fece tappezzare ogni luogo in cui parlava con manifesti, che riproducevano i titoli dei suoi libri, come se non ci fosse propaganda migliore de Il Piacere o de L’Innocente e sperimentò nei comizi il rito del colloquio con le con le moltitudini, nel quale presto diventerà maestro.

Amico, confidente e sostenitore di D’Annunzio va segnalato, in particolare, la figura del Sindaco di Casoli: Pasquale Masciantonio.

In tale campagna elettorale lo seguì il giovane Filippo Tommaso Marinetti.

Il nuovo tribuno s’impose all’attenzione nazionale e non solo con il famoso discorso del 22 Agosto 1897, pronunciato a Pescara, detto “della Siepe”, che assunse a simbolo della proprietà privata da difendere contro gli attacchi, sempre più agitati e rancorosi dei socialisti.

Nei suoi discorsi elettorali D’Annunzio offre un’esaltazione mitologica, un’immagine abbagliante della grandezza della Patria: costituita dalle sue opere d’arte, dalle sue rovine, dalle sue gesta, dall’antica Roma fino al Risorgimento e riassumibile, sinteticamente, nel concetto dell’Italia quale ornamento del Mondo.

Con questi discorsi comiziali, così alati, non stupisce, che il Nostro, dopo pochi anni, raccogliendo l’eredità di G. Carducci, sia diventato il Vate d’Italia.

Ma se questo é vero, stupisce, viceversa, la capacità dannunziana di precorrere i tempi nel giudicare gli uomini di Governo incapaci di guidare il Paese e nel rivendicare per l’intellettuale un ruolo da protagonista nella scena politica e sociale (l’intellettuale organico gramsciano).

Come ha ben evidenziato Ernesto Galli della Loggia, la svolta dalla comunicazione politica-ideologica scritta a quella politica parlata, per cui D’Annunzio diventa un oratore politico in senso totale, inizia con la campagna elettorale del 1897 ed arriverà a compimento quasi venti anni dopo nel discorso di Quarto (5 Maggio 1915).

Sarà, infatti, con la Sagra dei mille che D’Annunzio farà la sua grande entrata sulla scena politica, diventando un attore politico determinante nella mobilitazione interventista della piazza: le moltitudini.

Il pensiero politico del Ns. toccherà il suo apice, quando, senza sparare un solo colpo, conquisterà la città di Fiume.

Il Poeta della Bellezza, D’Annunzio cioé, fu eletto con 1429 voti contro i 1259 del suo avversario: Carlo Altobelli.

A chi lo accuserà di assenteismo, il Poeta risponderà, che Lui fà politica “nel più puro significato della parola”, mantenendo “vivo il culto della lingua”.

E, poi, “Un giorno, il Popolo d’Italia, quando ritornerà alla reverenza delle cose intellettuali, mi terrà conto dell’aver rivelato al di là dei confini – in un tempo di abiezione e di sconforto – che ancora la letteratura italiana esiste, che ancora la letteratura italiana esiste, che ancora la grande e benedetta lingua italiana esiste.

E nessuno può smentirlo”.

Ma una volta eletto deputato, un personaggio, così poliedrico come il Ns. non poteva vivere l’esperienza parlamentare come un qualsiasi onorevole. Di fatto Egli rimase assente alla vita parlamentare e le sue assenze furono – come il personaggio imponeva – compensate da “coups de théatre”.

In proposito, D’Annunzio non può, quindi, essere ricordato per quei momenti legati alle normale attività parlamentare con le prese di posizione su vicende di governo o su proposte i legge, ma soltanto per alcuni messaggi, che sono, poi, passati alla Storia.

Orbene, tra le due citazioni: “Io sono al di là della destra e della sinistra” e “Vado verso la Vita” si possono leggere la campagna elettorale del 1897, quando fu eletto deputato, e quella del 1900, candidato con i socialisti come indipendente, in cui venne battuto.

E il passaggio alla sinistra, dopo la famosa frase: “Io vado verso la vita” avvenne nella seduta parlamentare del 23 marzo 1900 con conseguente sua ricandidatura  appunto con i socialisti come indipendente in Toscana e con la successiva sua sconfitta elettorale e, quindi, con la perdita del seggio.

Due campagne elettorali gestite da quello che é stato il grande comunicatore ante litteram. E poi le attenzioni, anche clientelari, al suo territorio durante la campagna elettorale del 1897, per poi dimenticarsi di tutto.

D’Annunzio non poteva portare in parlamento le esigenze ed i bisogni del suo territorio.

Un personaggio come lui doveva segnare il suo passaggio con ben altro.

E, cioé, voleva portare in Parlamento l’attenzione per la Bellezza, Egli voleva essere il Poeta della bellezza, cioé di quella grande potenzialità di elementi storico-culturali, di cui era ed é ricco il Paese.

E di questo parlò anche nel suo discorso più importante  e che é rimasto nell’immaginario collettivo a caratterizzare la sua esperienza politica e cioé il discorso della Siepe. e, poi, articoli, lettere, appunti.

La Carta del Carnaro.

“Si spiritus pro nobis, quis contra nos?”.

La Carta del Carnaro, cioè la costituzione fiumana, fu promulgata da D’Annunzio l’8 Settembre del 1920 ed entrò in vigore il 12 Settembre 1920, anniversario della sacra entrata in Fiume.

Essa va inquadrata non solo nel singolarissimo contesto della realtà fiumana del 1919-1920, ma anche nel più vasto quadro delle altre costituzioni del primo dopoguerra – soprattutto quella sovietica del 1917, quella tedesca del ’18 e quella cecoslovacca del ’20 -.

Al di là dell’aspetto documentario e letterario, l’interesse per la Carta del Carnaro sta, quindi, soprattutto nel fatto che essa é indubbiamente un testo giuridico, che si può considerare emblematico delle inquietudini sociali e dei fermenti politici diffusi ed operanti in Europa negli anni successivi alla prima guerra mondiale.

La Carta del Carnaro non fu un’iniziativa personale di un letterato, che si era voluto improvvisare come “Legislatore”; ma, al contrario, essa costituisce  una “summa” delle concezioni sindacaliste rivoluzionarie, sviluppatesi nei primi due decenni del ventesimo secolo.

La Carta del Carnaro si muove su una linea mazziniana-sindacalista, che si può riassumere nel binomio mazziniano: libertà ed associazione.

Linea mazziniana-sindacalista, assolutamente diversa vuoi da quella del corporativismo cattolico; vuoi da quella burocratica-autoritaria del corporativismo fascista.

Il merito maggiore di D’Annunzio é stato quello di sostituire al termine di “Repubblica” quello di “Reggenza”, onde evitare di urtare la Monarchia ed i monarchici, fra i quali la più alta maggioranza degli ufficiali dell’Esercito e della Marina.

Nella sua struttura giuridica e sociale la nuova Costituzione Fiumana era il frutto delle concezioni rivoluzionarie di Alceste De Ambris.

Ma il Comandante vi infuse il soffio della sua arte immaginifica, plasmando a suo modo la materia per farne la proiezione moderna di un antico statuto comunale.

D’annunzio scrisse di suo pugno la premessa, che intitolò della perpetua volontà popolare ed aggiunse all’ideazione del suo collaboratore tre articoli, uno sulle “credenze religiose”; uno sell”edilità” ed, infine, uno sulla musica.

Nei venti capitoli, in cui si suddivideva la Carta, venivano elencate le caratteristiche della Reggenza, che erano quelle di una Repubblica non confessata – Reggenza Italiana del Carnaro. Disegno di un nuovo Ordinamento dello Strato libero di Fiume -, apparentemente democratica, guidata da sette rettori in tempi normali o dal Comandante in tempi di estremo pericolo, con l’avvertenza espressa che nella Repubblica la dittatura durava solo sei mesi; tuttavia, riconfermabile.

La Carta del Carnaro riconosceva la sovranità di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione e di fede politica, nei diritti come nei doveri e garantiva libertà di stampa, di riunione e di associazione.

Senza divario di sesso: le donne avevano già ottenuto il diritto di voto ed ora la loro emancipazione era totale.

Diritti e doveri pari; sicché anche le donne, dai 17 ai 55 anni, dovevano prestare servizio militare “per la difesa della terra”.

Alla concezione astratta del cittadino, considerata vuota creatura del democraticismo borghese, era sostituita la concezione, ritenuta più realistica e moderna, del produttore, che soltanto nel lavoro e per mezzo del lavoro trova la prima realizzazione della sua personalità, e dal lavoro principalmente trae il diritto di partecipare alla vita della società e dello Stato.

Nella Costituzione fiumana si affermava, in particolare, (art. IX): “Lo Stato non riconosce la proprietà come il dominio assoluta della persona sopra la cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali.

Nella elencazione delle Corporazioni, giunti alla decima di esse, la Carta presentava un’impennata di rara forza mistica: “La decima non ha arte né novero né vocabolo”.

La nuova Costituzione prospettava l’avvento d’una società libera di sindacati, che avrebbe posto fine al vecchio istituto dello Stato politico, destinato addirittura a scomparire, con la totale attuazione del sindacalismo.

Francesco Giuseppe Conti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Post Navigation

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: