Prima Pescara

I motti dannunziani

d'annAlcuni motti, di larga diffusione popolare, sono stati coniati dal d'Annunzio poeta e soldato. Certo, alcuni sono legati alla sua esperienza militare, durante la I^ guerra mondiale e quella di Fiume. Non si può, d'altronde, omettere di ricordare anche quel periodo storico e quelle vicende legate al Vate, sopratutto perchè attraverso i motti si comprende quanto fosse incisivo l'operato del d'Annunzio.

cosa fatta capo haTra i più conosciuti c'è certamente "Cosa fatta capo ha".  d'Annunzio usò la frase, coniata da Dante, dopo l'impresa di Fiume per indicare, con forza, due concetti. Il principio ed il capo. Cioè l'impresa di Fiume doveva intendersi come inizio di una nuova entità e che lui ne era il capo. Adolfo De Carolis disegnò la raffigurazione del motto, idealizzando un nodo tagliato da un pugnale. E' forte il simbolismo con cui si indica la rescissione forzata di un vincolo. Era riferito alle condizioni di pace imposte dagli americani.

"Ognora desto", è un altro motto, particolarmente incisivo. Stava ad indicare che il Vate era sempre desto sui suoi libri. Era raffigurato da un gallo ritto su una pila di libri.

io ho"Io ho quello che ho donato", questo motto è impresso all'ingresso del Vittoriale. Il Poeta disse di aver letto la frase su una pietra di un focolare di un camino del Quattrocento. In verità è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:”Hoc habeo quadcumque dedi”.La frase e’ riportata in un trattato seicentesco dell’Abate Giovanni Ferro come motto di un cavaliere spagnolo del Cinquecento.

Fu raffigurato con un tondo con una o due cornucopie ed inserito come sigillo sulle opere, sulle lettere ed i documenti del d'Annunzio, a raffigurare l'abbondanza e la generosità della sua vita.

"Piegandomi lego". Motto controverso, era simboleggiato dall'immagine di un salice piangente che, piegandosi, si lega ad un altro albero. Dovrebbe indicare che il poeta si piegò alla volontà di un altro più forte. Probabilmente Mussolini.

"Suis viibus pollens", ovvero possente di sua propria forza. Era una frase impressa in un sigillo ed era raffigurata con un elefante con la probosicide alzata. Chiudeva, come sigillo, buste e pacchi da regalare agli amici.

"Habere non haberi", ovvero possedere, non essere posseduto. È un'espressione latina tratta dal filosofo greco Aristippo. Mi piace in modo particolare questo motto, sempre valido, in ogni tempo. Indica che le cose sono un mezzo da sottomettere e non per diventarne schiavo. Richiama una filosofia di vita importante, cioè la ricchezza non deve essere l'unico scopo dell'uomo e si deve cercare l'indipendenza anche nelle idee.

gdf"Nec recisa recedit" ovvero neanche spezzata retrocede.

Questa frase venne utilizzata dal poeta per una dedica ai militari delle Fiamme Gialle della Regia Guardia di Finanza che parteciparono all'impresa di Fiume giurando fedeltà alla causa. Nel 1933 la frase divenne il motto ufficiale della Guardia di Finanza, che lo ha tutt'ora sullo stemma araldico.

 

Senza cozzar dirocco. Importante motto che fu legato alle esperienze italiane legate al volo. Lo suggerì d'Annunzio per lo stemma della famiglia Caproni. Noti industriali del Trentino che ebbero l'intuizione di dedicarsi alla produzione pionieristica dell'Aviazione italiana. Oltre al motto, lo stemma riportava l'effigie di un caprone rampante.

Eia! Eia! Eia! Alalà! Questo motto è stato legato in maniera forse un po' troppo superficiale al solo fascismo. Invece è legato al d'Annunzio soldato che sostituì, l'allora in auge, hip, hip, hip, urrà! durante una cena alla mensa del Campo dellaComina, nella notte del 7 agosto 1918. Il giorno dopo, tutti gli aviatori ricevettero una bandierina di seta tricolore su cui d'Annunzio scrisse il nuovo grido di battaglia, con la data e la firma.

Divenne di uso comune e solo dopo la guerra fu usato dalla propaganda fascista. Il grido ha origini classiche. L'eia o heia è una parola greca, usata da Eschilo e anche da Platone; inoltre si diffuse nel Medioevo e cantato dai Crociati. L’alalà (onomatopea tratta dal verbo greco ἀλαλάζω, alalázo), è un grido di guerra o di caccia, usato da Pindaro e da Euripide, si trova anche nel Carducci e nel Pascoli.

"Vivere ardendo e non bruciarsi mai", parafrasi di un verso di Gaspara Stampa:” Vivere ardendo e non sentire il male”. Il motto fu adottato dal Vate durante l’impresa di Fiume. "Resto dentro di me". Anche di questo motto si potrebbe dire tanto. Innanzitutto è legato ad una tartaruga. Quindi il forte simbolismo del chiudersi dentro un guscio protettivo, così come fa la tartaruga Il Poeta era solito regalare agli amici piccole tartarughe d’argento che usava come “talismani”.

"Memento Audēre Semper", anche questo motto  è di assoluta attualità, ricorda di osare sempre.

Forse il motto più famoso, nasce utilizzando le medesime iniziali della sigla MAS (motoscafo armato SVAN) con cui d'Annunzio fu protagonista della leggendaria beffa di Buccari nella notte fra il 10 e l'11 febbraio 1918. Evidente, in questo motto, il concetto dell'osare a ogni costo. L'illustrazione mostra una mano affiorante dalle onde e che, chiusa a pugno, stringe rami di quercia.

Qui sono riportati solo alcuni tra i più celebri motti dannunziani. Ce ne sono anche altri, fortemente legati all'esperienza fiumana, alla guerra e poi mutuati dal fascismo. Sono sicuramente interessanti anche per capire le idee, lo stato d'animo ed il carisma dell'uomo d'Annunzio, del condottiero.        

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