Prima Pescara

Gabriele Manthonè

Nicola MontiGabriele Manthoné, articolo di Nicola Monti

Scriveva di lui il Vannucci:

« grande nella persona e nell'animo, per natura eloquente, destro maneggiatore di armi fino dai suoi più giovani anni, valoroso, e sempre autore o seguace dei più forti e generosi consigli. »

La storia di Gabriele Manthoné termina tragicamente con un tradimento. La sua vita si intreccia con quella di Horatio Nelson, a cui si deve l'estremo sacrificio del nostro concittadino. Un sacrificio alla politica, agli ideali, alle necessità della storia.

 Il padre, Delhorme, era nato nella Savoia da una ricca famiglia. In gioventù era dovuto scappare a Napoli per aver ucciso un rivale durante un duello. Per far perdere le proprie tracce aveva dunque dovuto cambiare il suo cognome in Manthoné, nome di uno dei feudi della famiglia. Nel Regno di Napoli aveva avuto occasione di arruolarsi nell'esercito borbonico e proprio per necessità militari fu trasferito alla fortezza di Pescara. Qui si innamorò e sposò la figlia del Comandante, Maria Teresa Fernandez d'Espinosa da cui il 23 ottobre del 1764 nacque Gabriele.

Figlio di militare e cresciuto in caserma nella Fortezza di Pescara, a 12 anni, Gabriele ed il fratello Giovani Battista furono avviati,  come cadetti, nel Reggimento Borgogna per terminare gli studi alla prestigiosa Accademia Nunziatella.

La sua carriera militare fu rapida da quando ventenne, con il grado di Alfiere, uscì dall'Accademia. Fu impiegato nell'artiglieria con vari incarichi e soggiornò divesi anni a Napoli. Conobbe e sposò Margherita Castagna, vedova del  colonnello suo Comandante. Dal matrimonio l'8 aprile 1798 nacque l'unico figlio, Cesare.

Grazie alla lunga permanenza a Napoli, potè proseguire i suoi studi e praticò con successo la scherma. Entrò in contatto con ambienti colti e mondani in cui circolavano idee politiche avanzate. Conobbe Caterina de' Medici Cavaniglia marchesa di San Marco, sorella di Luigi de' Medici.

Nel 1798 venne nominato aiutante di campo del comandante dell'artiglieria borbonica a causa dello scoppio della guerra franco napoletana. Dopo la sconfitta e la conseguente ritirata raggiunse Napoli collaborando ad organizzare le difese.

Il 23 gennaio 1799, dopo la caduta di Napoli, dopo tre giorni di ardusa difesa, aderì alla Repubblica Napoletana forse anche grazie alla conoscenza diretta con Carlo Lauberg, primo presidente del governo provvisorio della Repubblica e suo amico personale, poichè da giovane, aveva prestato servizio come cadetto.

Fu proprio il Lauberg che offrì a Gabriele Manthoné la possibilità di entrare attivamente nel Governo della Repubblica, fu membro del Comitato militare di Febbraio e fece parte della delgazione che trattò della contribuzione di guerra imposta dal comandante francese, il generale J. Championnet.

gabriele_manthoneMa la guerra è mutevole e gli avvenimenti successivi obbligarono le truppe francesi a spostarsi verso l'Italia settentrionale. A causa di quel vuoto si verificò l'avanzata delle masse della S. Fede del cardinale Fabrizio Ruffo verso la capitale. La difesa della Repubblica napoletana passò nelle mani dei patrioti napoletani.

Il 18 aprile dello stesso anno Manthoné fu nominato ministro della Guerra, Marina e Affari esteri (anche grazie alla sua estesa esperienza militare), dopo aver rifiutato di far parte della delegazione inviata a Parigi, ciò che gli avrebbe potuto salvare la vita.

A causa di scarse risorse e pochi uomini ideò un piano per difendere la Repubblica. Non volle attendere gli uomini del Cardinale Ruffo trincerato in Napoli, ma pensò di spostare la difesa nelle terre provinciali. Aveva inviato due legioni, formate da patrioti volontari ed ex militari borbonici con il fine di reclutare quegli uomini che gli occorrevano per completare i ranghi "con i principii rivoluzionari in bocca, con la Repubblica nel cuore" per "fraternizzare con tutte le classi", come il M. aveva prescritto nelle sue istruzioni. Era un compito, a un tempo militare e politico, di ardua esecuzione, ma che aveva il merito di cercare di minare le basi stesse del successo della politica del cardinale Ruffo.

Le sue legioni non riuscirono a spingersi oltre Benevento e alla fine di maggio l'armata della Santa Fede arrivò a circondare Napoli.

Quando ormai tutto sembrava perduto Manthonè fu nominato generale in capo delle truppe napoletane e condusse egli stesso i suoi uomini in battaglia. Il 7 giugno riprese Barra, ripiantandovi l'albero della libertà, facendo fucilare "i capi insorgenti" e perdonando "a nome del Governo i sedotti", come scrisse in un rapporto del 10 giugno (riportato in Atti, leggi…, pp. 1455-1457). Il 9 giugno faceva bombardare Boscotrecase.

Ma la carenza di uomini non gli permise di respingere i sanfedisti da ognidove, e questi riuscirono ad entrare a Napoli. A Manthonè non rimase altro che ritirarsi a Castelnuovo. Rimase assediato fino al 21, quando, contro il suo parere, venne stipulata con il Cardinale Ruffo la capitolazione.

« magnanimo e valorosissimo, misurava dal proprio il valore degli altri, e credeva che dieci Repubblicani vincerebbero mille contrari. Con queste speranze partì alla testa di seimila uomini contro il nemico, lasciando la guardia della città ai calabresi. Dapprima vinse tutte le piccole bande d'insorti sparse per le campagne: ma quando ebbe raggiunto il grosso dell'esercito del Cardinale, si trovò circondato e soverchiato da un numero molto più grande di combattenti e, quindi, fu costretto a ritirarsi. »

Da questo momento si concretizzò una pagina fosca della vita del Manthonè e del Contrammiraglio Nelson. Inizialmente ai capitolati fu offerta la possibilità di resa in cambio della salvezza, potendosi imbarcare alla volta della Francia ma, su ordine di re Ferdinando di Borbone, una volta che fu salito con la sua famiglia a bordo di una polacca, il Manthonè, il 28 giugno venne fatto sbarcare e condotto sull'ammiraglia di Nelson. Il 3 agosto fu condotto nelle fosse di Castelnuovo e sottoposto al giudizio della Giunta dei generali. Fu processato e condannato a morte dalla Giunta di Stato, essendo stato considerato uno degli ottantaquattro "rei di Stato principalissimi" (lettera del ministro della Guerra, cit. in Masci, p. 181). L'impiccagione avvenne a Napoli il 26 sett. 1799. Il corpo fu sepolto nella chiesa del Carmine.

Sulla sua esecuzione esiste un documento che il Vannucci legge così:

« Fo fede io qui, sotto segretario della compagnia dei Bianchi della giustizia di questa città, sotto il titolo di Sancta Maria succurre miseris, che nel giorno 24 settembre del 1799 D. Gabriele Manthoné, siccome reo di Stato, munito dei santissimi sacramenti, fu dai nostri fratelli assistito a ben morire, ed il suo cadavere dagli stessi fratelli fu officiato nella Chiesa del Carmine Maggiore, dove ricevé l'ecclesiastica sepoltura. »

 

 

 

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