Prima Pescara

Pastori d’Abruzzo – di Mario Di Credico (I^ parte)

Sulle vie della transumanza.

Siamo a milleduecento metri di altitudine, su un baluardo di monti dagli ondulati greppi, dirimpetto alle eccelse e solenni cime del Gran Sasso. E’ buio e un venticello sottile fa piacevolmente rabbrividire: benchè ancora estate, già si sente nell’aria l’alitare dell’autunno che s’avvicina. Sale dalle valli il sentore agreste dei prati e il dolce profumo degli ultimi fiori si diffonde lieve nella frescura della notte che sta per declinare; tuttavia il cielo vellutato è ancora zeppo di stelle che brillano nel solito turbinio. Sopra i duemila metri del Monte Corno, la notte comincia ad impallidire alla prima sottile chiarita dell’alba, mentre nell’alto è greve il silenzio scintillante.

Vicino ad una primordiale bicocca, un uomo, rozzamente vestito e quasi raggomitolato su se stesso, attizza, tra una boccata e l’altra dalla pipa di terracotta, l’ultima brace di un falò consumato: è un vecchio pastore d’Abruzzo che monta il suo turno di guardia al gregge dormiente. Il suo volto è rugoso, reso vizzo dalle intemperie e dal tempo, ma gli occhi hanno ancora una lucentezza giovanile, come pure i marcati e virili lineamenti anche se ossuti ed appesantiti dalle diuturne fatiche. E’ seduto sopra un grande sasso, con un ampio pastrano sulle spalle, ha le gambe avvolte nei paramacchia di pelle di montone e sul capo un cappello di feltro consumato dalla pioggia e dal sole. Ai suoi piedi, accovacciati, sonnecchiano due grossi cani dal pelo cangiante in rossiccio al riverbero dell’ultima fiamma. Poco lungi dal pastore vi è, circondato da una rete di corda sostenuta da paletti di legno, lo stazzo nella cui penombra le pecore e le capre dormono ancora strette le une alle altre.

Nel capanno, sotto grossolane coperte, gli altri pastori, stesi su giacigli di fieno, stiracchiano le membra intorpidite prima di alzarsi ed indossare i logori indumenti da lavoro. Non c’è segno di pigrizia nei loro gesti, né mostrano il rimpianto di dover abbandonare le rapazzole che li hanno tenuti tiepidi durante il riposo notturno che per loro è finito; sui loro volti anzi c’è quasi l’entusiasmo di andare incontro ad una nuova giornata di pesanti fatiche!

Sono le quattro circa del mattino: i pastori si sono già tutti levati e scambiandosi il rituale buongiorno hanno rivolto uno sguardo al cielo, forse a scrutare gli astri che vanno affievolendosi. Con rapidi gesti della mano destra, a mò di segno della croce, sembrano voler scacciare qualche spirito molesto dalle loro menti: lievi e tranquilli quindi si accingono ad iniziare il quotidiano lavoro sul gregge, che comincia a muoversi, come una massa scura e compatta, dentro il recinto.

Discorrendo, quasi gai, si portano al vicino ruscello, e con le mani a giumella si lavano i visi assonnati, attingendo l’acqua fresca e zampillante, che ha il potere di donare freschezza e vigore ai loro rudi corpi, mettendo, ad un tempo, un forte appetito che soddisfano con un’abbondante colazione, preparata con destrezza e celermente, a base di pasta e legumi, carne e frutta. Questa colazione, a parte la frugale cena della sera, è l’unico pasto della giornata (raramente durante il giorno consumano del cibo). Poi con gli avanzi e con la crusca impastata di latte di capra sfamano i grossi cani che per tutta la notte hanno vigilato intorno allo stazzo, pronti a sacrificarsi per i padroni e per le pecore, in qualche attacco improvvisato da parte dei sanguinari orsi o dei famelici lupi che non scarseggiano in questi luoghi semiselvaggi.

Frattanto l’alba, fra un torpore di nebbia, abdica all’aurora che spunta coi suoi toni di rosa dietro le montagne abruzzesi, colmandone di oro gli orli e colorando di un delicato violetto le nuvole.

Il fondo valle è ancora all’oscuro, mentre salgono i bianchi vapori che si disperdono via via col sole, che va seminando la polvere purpurea dei suoi raggi negli angoli grigiastri della montagna e sopra i nevai. Ecco, è arrivato il tempo per il gregge di abbandonare lo stazzo: una parte della rete di protezione viene fatta cadere, le pecore lentamente si mettono in piedi – sono appesantite dal feto degli agnellini che nasceranno alla fine del mese di settembre – e seguono la pecora-guidaiola con la campana al collo, quasi restie; infatti occorrono i fischi ed i sibili gutturali degli uomini e a volte i loro nodosi bastoni per convinverle ad andare verso i pascoli.

Pungolato così il branco piano piano scende per i pendii belando tristemente, ed il loro belare pare quasi un lamento che contrasta con il cinguettio degli uccelli che a stormi si librano intorno all’ultima covata. I prati sono cosparsi di iridescenti goccioline di rugiada che hanno già l’aspetto della brina. Le pecore dopo aver leccato golosamente il sale cosparso apposta sui sassi coinciano a brucare la tenera e saporita erbetta che cresce copiosa sotto i castagni e i faggi e fra i cespugli di euforbia e di clematide ove zirlano i tordi.

La mattina è calma, però sempre più sonoro diviene lo squittire degli uccelli tra cui si distingue l’impertinente cinciallegra; il sole si solleva nel cielo ancora avvolto in una foschia azzurra, olezzante di erbe, di genziane e di ginestre. Il paesaggio pastorale abruzzese liberatosi dalla diafana cortina di bruma, consumata dal fuoco del primo raggio di sole, mostra soavità nel susseguirsi delle ondulate alture. Le pecore al fresco brucano l’erba di buona lena, scendendo a gruppi in pianori sempre più bassi ed ampi, mentre i pecorai devono faticare per non permettere che si disperdano nei boschi che ricoprono di fitta ombra le gole ed i burroni: laggiù nelle forre, grugano poeticamente le tortorelle ma vi si cela anche il lupo pronto a sgozzare inesorabilmente le pecore smarrite.

Mentre le pecore pascolano o s’accovacciano o si vanno ad abbevereare al rigagnolo che sgorga tra i sassi sussurrando la sua argentina melodia, i pastori si riposano stando sdraiati o intrecciando vermene all’ombra delle macchie di rovi e di more tra le quali fischiano i merli dal becco d’oro e dal piumaggio d’un bel nero lucente.

Anche se riposano i guardiani sono sempre ligi ed attenti al loro dovere, pronti a ricomporre il gregge qualora si sfaldi e vigili al volteggiare dell’aquila in cerca di qualche agnellino da ghermire, per goderselo poi, con gli aquilotti, tra gli alti sassosi dirupi dove dimora il camoscio, più solitario d’un cenobita.

E così passa la giornata.

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